R.I.P. EUPHORIA
Cronaca di una generazione ferita che continua ostinatamente a cercare salvezza
Si è appena conclusa l’ottava ed ultima puntata della stagione finale di Euphoria. Che dire, la sua potenza narrativa, la crudeltà ma anche la continua ricerca disperata così come l’ultimo appiglio alla speranza, rappresentano dal mio punto di vista, il cuore pulsante di questo racconto.
Euphoria è provocatoria, è volutamente estremizzata ed è tutto ciò che si discosta maggiormente dell’essere accomodante. Per chi è in grado cogliere determinate sottigliezze, ci pone di fronte a profonde riflessioni, ci da la possibilità di provare sdegno e ci fa istintivamente essere giudicanti. La spettacolarizzazione drammatica della sofferenza umana rimane però il fil rouge di tutta la sua narrazione, sin dalla prima stagione della celebre serie.
Dal mio punto di vista, un’altra sua chiave vincente risiede nel fatto che Euphoria ci svela lentamente il vissuto di ogni suo protagonista, dandoci dunque la possibilità di empatizzare ed entrare nei retroscena di vita anche dei personaggi apparentemente più sgradevoli. Ho perso purtroppo il conto di quante volte, ormai quotidianamente e su qualsiasi mezzo di comunicazione, ci sia una rincorsa all’esprimere i propri giudizi senza alcun tatto, vomitando sentenze quasi come fosse una gara al verdetto più tagliente e totalmente fine a se stesso, senza alcuno spunto per riflessioni o comunque senza voler mantenere aperto un dibattito costruttivo. In tali dinamiche, l’unico credo diventa l’essere il più svilenti possibili e il solo obiettivo è umiliare, sputtanare e ridicolizzare, smuovendo conseguentemente una massa di individui frustati che non aspettano l’ora e il momento di vomitare la propria insoddisfazione.
Dico questo perché vorrei “sfruttare” Euphoria come monito all’essere maggiormente disposti a voler per lo meno conoscere (o comunque interessarsi) all’origine di determinate fragilità. La serie ideata da Sam Levinson ci pone in una condizione di spettatori privilegiati. Penso che chi non apprezza Euphoria ne fa una lettura superficiale, non riesce ad addentrarsi nel groviglio umano legato alla perdita, alla sofferenza, alla ceca disperazione e di tutto ciò che significa avere delle dipendenze e sottolineiamolo, dipendenze non solo da sostanze, ma dipendenze affettive e relazionali (ancora oggi molto meno stigmatizzate rispetto all’abuso di sostanze).
Va detto che questa serie non è mai stata nota per il suo essere convenzionale o conformista. Anzi, l’esagerazione e la brutalità dissacrante della sua narrazione sono tremendamente efficaci proprio perché non hanno filtri, perché c’è l’esasperazione e la brutalità di come solo la vita stessa purtroppo sa spesso essere.
Ci sono poi svariate critiche mosse dalle creator di OnlyFans le quali affermano quanto il personaggio di Cassie sia una rappresentazione stereotipata, non cogliendo però l’intenzionalità caricaturale ed estremizzata. Levinson ha infatti spiegato che le sequenze legate alla piattaforma per adulti più nota al mondo, volevano volutamente essere assurde e disturbanti.
Euphoria è sempre stata volontariamente provocatoria e perturbante, ma è forse la sua forza e il motivo per cui ha smosso così tanto ogni singolo spettatore.
Per quale motivo ci dovremmo scandalizzare? Non sta comunque raccontando storie e tematiche legate alla nostra attualità, seppur sgradevoli o per lo meno spesso scomode?!
Perché non si è dibattuto con lo stesso clamore sopracitato della forte problematica legata al Fentanyl? Che ricordiamo - così giusto per onor di cronaca - essere uno dei più gravi problemi di salute pubblica a livello globale. Ci sono poi numerosissime critiche mosse verso la società americana, come il crollo del celebre e celebratissimo Sogno Americano, oppure la crisi delle istituzioni e l’assenza degli adulti come veri punti di riferimento e la mercificazione della propria anima (oltre quella dei corpi ovviamente).
L’ultimo aspetto su cui vorrei brevemente soffermarmi riguarda “l’utilizzo del concetto di fede” in Euphoria, dove la religione viene utilizzata come
linguaggio simbolico attraverso cui raccontare dolore, il senso di colpa e la possibilità di sopravvivere ad entrambi. I riferimenti biblici funzionano come una struttura narrativa antichissima applicata però ad un contesto contemporaneo. Ed è forse qui che Euphoria compie il suo gesto più sorprendente. In una serie che ha sempre raccontato il presente, Sam Levinson sceglie di affidarsi a uno dei racconti più antichi che esistano: quello biblico.
L'idea di usare la Bibbia come strumento per leggere il contemporaneo potrebbe sembrare un paradosso. Non c'è nulla di più antico e allo stesso tempo di più moderno. Il serpente, il peccato, la caduta, la ricerca della redenzione: archetipi che attraversano i secoli e che qui riaffiorano senza mai trasformarsi in una lezione morale. Sono immagini che emergono sottotraccia, quasi invisibili, ma capaci di dare profondità a una storia che continua a rimanere ostinatamente umana. Anche quando ci si avvicina alla dimensione del sacro, la serie non smette di essere sporca, contraddittoria e a tratti volutamente volgare.
La fede allora non diventa una risposta, ma una possibilità. Offre qualcosa che è ancora più prezioso: la speranza. La possibilità di sopravvivere alle proprie ferite, di concedersi il lusso ed immaginare che, dopo una caduta, esista ancora un cammino percorribile. In fondo, sotto tutta la sua oscurità, Euphoria ha sempre parlato di questo: della ricerca disperata di una luce. E il suo finale, più che una conclusione, assomiglia proprio ad un atto di fede.
Amen.

